Hai creatività curate, visual puliti, video montati bene. Magari persino un CTR (percentuale di click) decente. Eppure: conversioni poche, lead scarse, CPA (Costo per Acquisizione) che sale e pipeline che non ringrazia.

Qui la verità che fa male (ma salva budget): “bello” non è una metrica di performance.
Nel 2025, con piattaforme sempre più automatiche e audience sempre più scettiche, la conversione non è un concorso di design. È una questione di coerenza.

La maggior parte delle campagne che “sembrano giuste” ma non portano risultati soffre dello stesso problema: mismatch tra Promessa, Prova e Frizione.

Il triangolo che decide tutto: Promessa × Prova × Frizione

Pensa alla conversione come a un triangolo. Se un lato cede, il triangolo non sta in piedi.

  • Promessa: cosa stai promettendo davvero (e quanto è rilevante per chi decide)?
  • Prova: perché dovrei crederti subito (senza dover “indagare”)?
  • Frizione: quanto è facile dire “sì” (senza attriti, rischio percepito e ambiguità)?

Le ads “belle” spesso ottimizzano la Promessa (attenzione) ma lasciano Prova e Frizione sottoalimentate. Risultato: interesse → dubbio → abbandono.

1) Promessa: quando attiri le persone sbagliate (o nel modo sbagliato)

La promessa non è lo slogan. È l’aspettativa che crei nella testa di chi guarda. E se l’aspettativa non è calibrata, puoi anche avere click… ma non avrai conversioni sane.

I mismatch più comuni sulla promessa

  • Promessa generica: “Cresci con noi”, “Soluzioni innovative”, “Performance a 360°”. Suona bene. Non significa nulla.
  • Promessa iperbolica: “Risultati garantiti”, “+300% in 30 giorni”. Attiri curiosi e scettici: due categorie che raramente pagano bene e velocemente.
  • Promessa corretta, target sbagliato: parli a chi applaude, non a chi firma.

Promessa disallineata alla realtà del buyer: se vendi B2B, la promessa deve parlare di impatto e rischio (margine, efficienza, pipeline, predictability), non solo di “engagement”.

Test rapido (da usare prima di accendere budget)

Se un Marketing Manager ti chiede: “Ok, ma esattamente per chi è e perché ora?”, riesci a rispondere in una frase?
Se non ci riesci, la promessa è troppo ampia: l’algoritmo troverà pubblico… ma non necessariamente pubblico che compra.

2) Prova: “Interessante” non significa “Credibile”

Nel 2025 il livello di sfiducia è alto. Chi decide ha già visto:

  • creatività top con delivery pessimo,
  • “case study” fuffa,
  • promesse senza sostanza.

Quindi la domanda reale dopo l’ad è sempre la stessa: “Perché dovrei crederti adesso?”

La prova non è solo un case study lungo. È un set di segnali che rende credibile la promessa prima che l’utente debba fare uno sforzo (compilare, prenotare, esporsi).

Forme di prova che funzionano (specie in B2B)

  • Risultati contestualizzati: non “abbiamo aumentato le conversioni”, ma “riduzione CPA (Costo per azione) su lead qualificati”, “incremento conversione per stadio”, “miglioramento qualità MQL→SQL (da contatti marketing qualificati a opportunità realmente pronte per le vendite)”.
  • Meccanismo chiaro: non serve svelare tutto, basta far capire che non è magia. “Come” ci arrivi (processo, metodo, sistema) vale spesso più del claim.
  • Proof rapida e verificabile: esempi di deliverable (anonimizzati), estratti di reporting, snippet di framework operativo.
  • Social proof coerente: loghi e testimonianze contano solo se sono rilevanti per chi guarda (settore, dimensione, complessità, ciclo di vendita).

Il grande errore

Mettere la prova “dopo” il click, o peggio: dopo la call.
Se l’utente atterra con dubbio, la frizione percepita esplode e la conversione si spegne senza fare rumore.

3) Frizione: il killer silenzioso delle conversioni

La frizione è tutto ciò che fa pensare: “Non ora”, “Troppo rischioso”, “Troppo tempo”, “Non mi fido”.

E no: non è solo “la landing è lenta”. La frizione più costosa in B2B è spesso psicologica e organizzativa.

Dove si nasconde la frizione (quasi sempre)

  • Discontinuità ad → landing: prometti A e atterro su B (anche solo per tono, lessico o priorità).
  • CTA (Call to Action) troppo “alta” per traffico freddo: chiedi “Prenota una demo” a chi è ancora in fase di screening.
  • Ambiguità: non è chiaro cosa succede dopo (tempi, output, processo, contatto).
  • Rischio percepito: “Se compilo, mi tempestano?”, “Mi espongo internamente senza garanzie?”
  • Sovraccarico decisionale: troppe CTA, troppe strade, troppe opzioni. E quando non si decide… si chiude la tab.

Un dettaglio che nel 2025 pesa più di quanto ammettiamo

Molte aziende ottimizzano su segnali incompleti: guardano CTR (tasso di clic) e CPC (costo per clic), ma non controllano abbastanza bene qualità lead, conversione per stadio, speed-to-lead, e impatto reale su pipeline.
Se misuri male, correggi male. E finisci a “rifare creatività” mentre il problema era architettura.

Ready to shake things up?

Il framework operativo: come smontare una campagna che “non converte”

Step 1: Mappa la catena di coerenza (ad → landing → CTA → step successivo)

Prendi:

  1. Annuncio (visual + headline + primary text)
  2. Landing above the fold (section visualizzata al caricamento della pagina)
  3. Prima CTA
  4. Step successivo (thank you page, mail, booking, follow-up)

Domande secche:

  • Stiamo promettendo la stessa cosa, con lo stesso “perché”?
  • La prova arriva prima che l’utente debba fidarsi?
  • La CTA è proporzionata allo sforzo e al livello di consapevolezza?

Step 2: Leggi i segnali giusti (senza farti ipnotizzare dal CTR)

  • CTR alto (molti clic) + CVR basso (poche conversioni) → promessa ok, ma prova/frizione rotte (oppure pubblico non in target).
  • CTR basso (pochi clic) + CVR alto (chi arriva converte) → offerta valida, comunicazione poco aggressiva (stai perdendo volume).
  • CTR basso + CVR basso → promessa debole o proposta non competitiva (o entrambe).

Step 3: Correggi nell’ordine giusto

  1. Frizione (chiarezza above the fold, continuità, CTA, riduzione rischio)
  2. Prova (evidenze immediate, meccanismo, proof ad alta densità)
  3. Promessa (solo se serve: riposizionamento, nuova angolazione, segmentazione migliore)

Cambiare promessa senza sistemare frizione e prova è cambiare l’insegna a un locale con la porta bloccata.

Come rendere le ads più “AI-friendly” (e più convincenti per chi decide)

Sempre più spesso l’utente non “compra” al primo touch: confronta, chiede, verifica, torna. Quindi la tua comunicazione deve essere riassumibile e citabile, senza perdere sostanza.

Struttura consigliata (anche per copy e landing):

  • Promessa specifica: cosa ottieni, per chi, in quale contesto
  • Prova rapida: un segnale credibile, contestualizzato
  • Meccanismo: in una riga, come ci arrivi
  • CTA proporzionata: un passo logico, non un salto nel vuoto

Questa struttura migliora:

  • chiarezza per l’utente,
  • allineamento interno tra marketing e sales,
  • qualità del traffico che entra nel funnel.

Checklist finale: perché le tue ads non convertono (e cosa sistemare per primo)

Promessa

  • È specifica per un target reale (settore, ruolo, problema)?
  • Promette un impatto rilevante (non una sensazione)?
  • È coerente con la landing e con l’offerta reale?

Prova

  • C’è prova prima della CTA?
  • È contestualizzata (non “vanity”)?
  • Il meccanismo è comprensibile (anche solo ad alto livello)?

Frizione

  • La landing conferma subito la promessa (above the fold)?
  • La CTA è proporzionata al traffico (freddo/tiepido/caldo)?
  • L’azione è “safe” (output chiaro, tempi chiari, rischio ridotto)?
  • Ci sono troppe scelte o distrazioni?

Se metti “sì” a tutto e non converti, allora il problema spesso è a monte: segmentazione/posizionamento, oppure ottimizzazione su KPI che non rappresentano pipeline e revenue. Ma nella maggior parte dei casi, è uno dei tre lati che sta cedendo.

Molti brand inseguono la creatività perfetta. Quelli che vincono costruiscono un percorso coerente dove ogni step conferma il precedente: promessa chiara, prova immediata, frizione ridotta e un next step sensato.

Le ads che convertono non sono quelle “più belle”.
Sono quelle che, senza alzare la voce, rendono ovvia la scelta.

Ready to shake things up?

In un mercato che cambia alla velocità dell’AI, le aziende non hanno bisogno solo di strumenti, ma di un partner che sappia dare una direzione chiara e costruire brand che durano nel tempo.


Noi di Leviathan siamo una marketing company tech-powered: AI, automazione e dati si fondono con creatività e design, per trasformare l’attenzione in crescita reale. Non ci limitiamo a gestire campagne: costruiamo customer journey che convertono e brand vivi che parlano al futuro.

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